(preciso che il numero ordinale l’ho scritto in lettere solo perché non so dove diavolo si trovi sulla tastiera lo strafottutissimo cerchiolino che dimostra competenza).
Dicevo:
il “mio”, in realtà, primo Campaccio.
Alla tenera età di 46 anni ho partecipato in qualità di spettatrice e sostenitrice alla gara campestre più nota del circondario (circondario che, evidentemente, lambisce i confini del Kenya e dell’Uganda... chissà come fanno con i mezzi pubblici... ah, già, questi corrono!).
Preciso che avrei voluto, ma non mi sono sentita di partecipare alla gara per un sentore di evidente indegnità, confermata dalla prestanza fisica e dalla giovane età (...tacci loro) dei partecipanti.
In ogni caso, pur essendo rimasta con le zampe inchiodate, ho potuto godere (Capasso non dire niente) di una gara che, realtà, è stata una festa grandiosa. Gente che andava e gente che veniva, tutti con il sorriso che solo lo sport regala indistintamente, che tu sia bianco, nero, verde, bello, brutto, giovane o stagionato o da internare come me.