Dj Ten dei miracoli
Ore 7,10. Uscivo da casa mesto mesto. Avevo ai
piedi un paio di scarpe da paura che Nike mi aveva dato da provare in gara.
Indossavo la maglia ufficiale della gara col pettorale ben in vista: 455! Nel
cuore la tristezza di chi sa che non correrà nonostante tutto ciò. Dall’ultima
gara di Vigevano, la mia coscia sinistra mi inviava costantemente dolorose
fitte dovute ad un’infiammazione che non se ne voleva andare e che mi aveva
costretto a 20 giorni di stop. Mi sarei allineato alla partenza della Dj Ten e,
dopo pochi metri dal via, mi sarei ritirato: questa era la mia triste strategia
per la giornata.
Prima della gara, all’interno dell’Arena Civica,
m’imbatto nello stand Celadrin all'interno del quale trovo l’Associazione
Italiana Massaggiatori Sportivi. Mi faccio tentare da un massaggio pre-gara.
Spiego al massaggiatore i miei problemi. Lui comincia a “pastrugnare” la gamba
e poi: “Ecco, l’ho trovato...!” Non sapevo cosa avesse trovato ma vedevo tutte le
stelle del firmamento ogni volta che la sua mano premeva quel punto. Poche
spiegazioni, molta pomata e, dopo altrettanti sapienti movimenti con le mani mi
dice: “Per me è ok, puoi andare, prova a correre!”
Mi alzo
incredulo. La gamba mi fa malissimo ma è un dolore differente da quello che
avvertivo prima. Trovo il coraggio di scaldarmi ma dopo 10 minuti mi fermo per
paura di strafare. Vado ad allinearmi alla partenza. I 20 minuti che mi
separano dal via passano attraverso emozioni contrastanti. Il desiderio di
fare, la paura di non farcela, i dubbi sulla tenuta dopo lo stop forzato.
“L’orecchio” resta teso verso la gamba e i suoi segnali. Lo sparo arriva. Passo
sul traguardo quando i primi sono già transitati da 2’ e 43”. Mi giro a
guardare tutti quelli dietro di me e penso che, forse, l’ultimo transiterà
sotto il via a dieci minuti dallo sparo. La gamba sembra rispondere e il dolore
attenuarsi col passare dei metri. Sposto l’attenzione dalla gamba alla gara e
mi faccio trascinare. Quando sento il beep del mio cronometro quasi non ci
credo. Era già passato il primo km. Guardo il tempo: 5.30. Un miracolo in
quelle condizioni. Torno sulla gara. Secondo km: 5.20. Terzo km: 5.10
nonostante il traffico dovuto ad un poco intelligente ricongiungimento
temporaneo della 10km con la 5km. Mi prende un’emozione fortissima: ero in
gara, ci stavo riuscendo. Non sapevo se sarei andato fino in fondo ma tre km
erano già una vittoria! Al quarto km mi sentivo davvero bene. Tempo accettabile:
5.30. Faccio un quinto km di recupero sperando di riuscire a pestarci dentro al
sesto. Quinto km: 5.40. Al sesto non resisto alla voglia di premere
sull’acceleratore e chiudo con un meraviglioso 3.59! Sono al settimo cielo fino
a quando, salendo su un marciapiede, sento un doberman che si aggrappa alla
coscia. No, non per davvero, questa era la sensazione che la mia gamba mi stava
inviando. L’entusiasmo mi aveva portato a chiedere troppo e ne stavo pagando le
conseguenze. Ogni metro che passava il dolore si faceva più forte. Quando il
cronometro mi avvisa che ho chiuso anche il settimo km penso che, forse, ho
chiuso anche la gara. Se da un lato mi prende lo sconforto, dall’altro ho
voglia di spaccare tutto perché, troppe volte, nella mia vita ho coniugato il
verbo “ritirarsi” e questa volta proprio non mi va giù. Capisco che se riesco a
trovare la forza e il coraggio di stringere i denti e resistere in
quest’occasione, potrò farlo altre mille volte in altrettante situazioni di
gara o di vita. Abbasso l'andatura e vado avanti. Scendo a 6’. Ogni passo è una
coltellata ma il verbo è differente: resistere! Tutto questo mi porta alla fine
dell’ottavo km. La mia mente e la mia emotività mi mettono alla prova e s fa
sentire anche la vecchia “paura del traguardo”. Tra il dolore fisico e la
tensione emotiva diventa sempre più difficile correre e respirare. Nemmeno le
bellezze del castello riescono a distrarmi più di tanto. Avrei davvero voglia
di piangere, di un abbraccio e tante coccole e, invece, sono solo,
sull’asfalto, sommerso da dolori fisici ed emotivi. Nono km: 6.30. Nonostante
il tempo, mi rendo conto che sto compiendo un miracolo. Sorrido pensando
all’amico Tony che non vuole correre le maratone perché, come dice lui: “Mi
annoio a correre per 2h e 17’”. Penso che c’è chi si annoia a correre una
maratona in poco più di due ore e un quarto e chi sta piangendo per finire una
dieci km. Questo pensiero m'accompagna fino davanti alla triennale dove capisco
che ci sto riuscendo. Il “verbo” è davvero cambiato: “resistere” funziona!
Forse avrò perso la mia gara contro il cronometro ma sto battendo il dolore e
la paura. Nell’ultimo km il doberman sembra aver intensificato la sua
cattiveria ma poco importa: un po' di salita e dopo la svolta a destra c’è il
traguardo. Lo passo in stato quasi confusionale: 57' 17" il tempo. Un
calore intenso mi avvolge il petto. Pochi metri più aventi mi mettono tra le
mani la medaglia ricordo ed il calore si scioglie in un pianto intenso,
profondo. Quella medaglia, pochi euro di metallo stampato, ha per me un valore
enorme. Sarà il simbolo della vittoria: la mia! La consapevolezza di aver vinto
l’ennesima battaglia, di aver cambiato ancora un po’ il corso della mia
esistenza è giunta con tutta la sua forza, con tutto il suo calore. Ancora una
volta mi chiedo se la mia vita ha cambiato la mia corsa oppure se la corsa sta
cambiando la mia vita: una risposta non ce l’ho. Nel dubbio: CONTINUO A CORRERE
E A TAGLIARE TRAGUARDI!
Luca Pesci -- FOTO
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